
Femminilità, non femminismo
Quando l’antifemminismo diventa un business su TikTok
31 Marzo 2025
L’altro giorno, al corteo tenutosi a Bologna per la giornata internazionale dei diritti delle donne, c’erano tante persone - adolescenti, anziani con delle stampelle per camminare, bambini nei passeggini oppure portati sulle spalle e molti cartelli. Uno di questi recitava: "Femminismo non è una parolaccia". A quanto pare, da come ho potuto notare nel frammentato mondo di TikTok, femminismo è una brutta parola, un movimento da cui tenersi ben lontane. Quando si riflette istintivamente sul concetto di antifemminismo, gli spazi online a cui siamo abituate a pensare sono quelli misogini dominati da autodichiarati incel - come il Forum dei Brutti, dove le donne sono appellate con il titolo di np, non persone - o a subthread di piattaforme più internazionali, come Reddit e 4Chan. Sorprendentemente, è su social media come TikTok che l’antifemminismo può trovare terreno in cui proliferare, anche in virtù delle sue potenzialità intrinseche (la sua apertura nella condivisione da uno a molti, l’immediata replicabilità di trend e una connessione interpersonale tra gli utenti quasi azzerata).
Casalinghe, algoritmi e antifemminismo
Su TikTok è l’antifemminismo a diventare un brand caratterizzato da hashtag come #sahm (Stay At Home Mother, che conta quasi 6 milioni di video), #MomsOfTikTok, #tradwives, #FemininityNotFeminism e #homemaker. Le donne valorizzano il proprio stile di vita tradizionale contrapponendolo a quello della #girlboss ambiziosa e potenzialmente stressata e sfruttata: "While the feminist woman fights to feel empowered, the feminine woman simply is. She doesn’t need to compete or shout for recognition because she knows her worth isn’t tied to that" dichiara Jasmine Darke, che ne ha fatto il suo brand, mischiando concetti che non si toccano e mettendoci sopra un pizzico di anticapitalismo.
Reinventare il patriarcato
Lo scenario dei femminismi contemporanei come presunta minaccia alla femminilità viene ulteriormente rafforzato tramite l’autoesaltazione di tale presunta femminilità, associata a stampe floreali, abiti bianchi e capelli biondi raccolti (una propaganda che ci trascina in una sorta di anni ‘40 del secolo scorso, ma 2.0: siamo pur sempre su TikTok). Le influencer antifemministe dissimulano il loro essere strumento di propaganda: sono creatrici di contenuti politici, ma si nascondono dietro il ruolo di imprenditrici di small business o influencer. Contemporaneamente, sfruttano le dinamiche dei social media per diffondere posizioni ideologiche attraverso uno storytelling costellato di racconti personali, testimonianze e presunte analisi oggettive – presentate con l'apparente spontaneità tipica dei social – occupando degli spazi digitali apparentemente innocui.
In un orizzonte particolarmente oscuro, soprattutto negli Stati Uniti, dove i valori progressisti, come le parole, vengono messe al bando, queste figure riescono a insinuarsi subdolamente, costruendo un ecosistema alternativo. È opportuno chiedersi fino a che punto questa rivendicazione di adesione a un’ideologia di destra si discosti dalla norma e per quanto tempo continuerà a sembrarci straniante.